BBC News - Africa

sabato 2 febbraio 2013

Raggiunto l'accordo per l'istallazione di droni USA in Niger



Pubblicato su Meridiani Relazioni Internazionali il 31 gennaio 2013.
Autore: Marco Zoppi


Gli Stati Uniti si preparano a rafforzare il controllo in Africa occidentale e a accelerare i tempi di reazione in caso di (altre) crisi regionali. Durante l’incontro di lunedì 28 gennaio tra l’ambasciatore americano in Niger e il presidente Issoufou (incontro preceduto da alcuni mesi di negoziazioni) si è raggiunta un’intesa sull’installazione di una base area per i droni a stelle e strisce in Niger.

martedì 22 gennaio 2013

Eritrea: ammutinamento contro il governo


Pubblicato su Meridiani Relazioni Internazionali il 22 gennaio 2013.

Autore: Marco Zoppi





Tentativo di colpo di Stato in Eritrea, ieri 21 gennaio. La notizia è stata confermata dalle principali emittenti internazionali, ma i dettagli sono circolati col contagocce al di qua della cortina eritrea.
Secondo le prime ricostruzioni, lunedì mattina, intorno a mezzogiorno ore italiane, un contingente di cento soldati ha circondato il ministero dell’informazione con l’ausilio di alcuni mezzi (si parla di due carri armati). All’interno della struttura si trovava anche la figlia del presidente eritreo, .

giovedì 10 gennaio 2013

Africa: come cambia il conflitto nel XXI secolo




Pubblicato su Meridiani Relazioni Internazionali il 5 gennaio 2013.
 Autore: Marco Zoppi




Un intero decennio di guerre globali, quello che va dal 2000 al 2009, è stato analizzato nel report annuale Human Security del 2012, della cui stesura si occupa lo Human Security Report Project (Hsrp), centro di ricerca affiliato all’università Simon Fraser di Vancouver.

La mole di dati messi a disposizione per il lasso di tempo preso in considerazione arricchisce di risvolti interessanti anche il contesto africano, che di conflitti ne ha registrati a decine. Che piaccia o no, l’aritmetica delle guerre africane è un esercizio utile per capire cosa sta cambiando e quali sono gli attori coinvolti.

La regione sub-sahariana nel 2000 usciva da una decade particolarmente sanguinosa che rafforzava l’immagine, certamente stereotipata, che il continente fosse terra di hic sunt leones. Emblematico il genocidio del Ruanda del 1994, il massacro compiuto contro circa mezzo milione di Tutsi con i machete comprati dalla Cina per 750.000 dollari, al ritmo di 5500 morti al giorno. Drammatico anche il caso della Repubblica democratica del Congo, che tra il 1998 e il 2003 è stata teatro del più sanguinoso conflitto dopo la seconda guerra mondiale, tomba per cinque milioni e mezzo di persone (e che non senza ragione viene indicata da alcuni come Terza guerra mondiale). Ci sono poi i due milioni di morti in Sudan, i 400.000 morti in Liberia e i 500.000 stimati in Somalia; la guerra civile in Sierra Leone ha causato almeno 50.000 morti e per fare l’Eritrea libera ci hanno rimesso la vita in più di 150.000. E l’elenco potrebbe continuare.

In una prospettiva globale, fino a dieci anni fa il 93% dei morti in guerra – militari e civili – cadeva sul suolo africano (dati Hsrp). Ma i dati del report dicono anche che l’Africa sub-sahariana non è stata l’area del mondo caratterizzata dalle guerre civili più violente. Sono il Medio oriente e l’Asia centrale le aree a più alta intensità. Nel decennio in considerazione c’è stata una diminuzione in Africa del 15% di conflitti civili, e circa il 90% in meno sono stati, in media, i caduti registrati per ogni singola guerra.

D’altro canto, i conflitti coinvolgono in misura sempre maggiore attori non statali. Con più frequenza i protagonisti degli scontri sono gruppi di ribelli, signori della guerra, oppure organizzazioni e comunità: è questo il secondo dato importante.

Nove delle undici guerre (con attori non-statali coinvolti) che hanno fatto registrare almeno 1000 morti nell’arco di un anno hanno avuto luogo in Africa. Un dato che fa del continente l’area mondiale dove si sono verificati i più violenti conflitti di questo tipo, 18 l’anno, con picchi di violenza nella regione dei Grandi Laghi (si pensi alla RdC) e nel Corno d’Africa.

Quando poi uno Stato terzo interviene in un conflitto già in corso, sostenendo esplicitamente o meno i ribelli, il rischio di escalation – è bene saperlo – aumenta del 192%, come riportato nello studio di Kristine Eck citato dal report, in virtù del rafforzamento militare e logistico dei ribelli stessi. Questi “internationalized intrastate conflicts”, come vengono individuati dallo Hsrp, sono in costante aumento e determinano una maggiore difficoltà in termini di risoluzione e ritorno alla condizione di pace. L’attualità sembra confermare.

Questo significa, tra le altre cose, una dilatazione del conflitto nel tempo. Ecco che il report si chiede se “i conflitti durano davvero più di prima”, fermo restando, naturalmente, che nessuno sa quanto dureranno i conflitti ancora irrisolti scoppiati dal 2000 in poi. Sfidando le tesi di diversi ricercatori, tra cui Paul Collier, decano di studi politico-economici, lo Hrsp dimostra che la durata media degli episodi bellici è in discesa: dai 7 anni degli anni settanta ai 3 anni dell’ultima tranche analizzata.

Durata minore sì, ma il report specifica che l’80% dei nuovi conflitti – quasi cinquanta – verificatisi nel periodo considerato (2000-09) è legato ad episodi bellici precedenti. Quale interpretazione privilegiare? Nuove e brevi guerre a sé stanti, oppure continuità e latenza del singolo conflitto? Come giudicheremmo, con questi criteri, la Guerra dei Cent’anni con le sue tregue durate anni?

Secondo la formula adoperata dallo Hrsp, un bilancio annuale inferiore ai 25 morti determina la “fine di un episodio”, ma non necessariamente la fine di una guerra. Se il conflitto tra le parti riprende per le medesime dispute e provoca più di 25 morti, è registrato come nuovo episodio della stessa guerra. Se si sviluppa intorno a dispute che non si sono presentate in precedenza, è registrato invece come un nuovo conflitto.

Questa visione rischia di allontanare l’attenzione dalle ragioni che impediscono le condizioni per una pace duratura. Il report sostiene, per l’appunto, che anche “gli accordi di pace falliti salvano vite”. Ecco perché: “I bilanci delle vittime annuali nei conflitti ricominciati in seguito ad accordi di pace hanno registrato un calo dell’80%. Ciò rappresenta la più grande riduzione nei bilanci delle vittime rispetto a tutte le altre tipologie di chiusura del conflitto [come per esempio una vittoria netta di una delle parti oppure un cessate il fuoco, ndr]”.

Si intuisce che gli autori del report vogliano vedere il bicchiere mezzo pieno. Si deve, sì, gioire se delle vite umane sono messe in salvo in seguito ad un accordo, per quanto fallito sia, tra le parti in conflitto. Ma cosa dire di tutte le vittime che quella risoluzione mancata ha causato?

Il rischio è che l’interpretazione data alle statistiche possa influenzare governi e organizzazioni internazionali verso scelte non sempre efficaci.

La Somalia, di conferenze e incontri di pace falliti, ne ha segnati più di quaranta: applicando quanto indicato dal report, ci troveremmo dunque di fronte alla riedizione del paradosso di Achille e la tartaruga. Pur riducendosi di volta in volta il numero delle vittime, questo non arriva mai a zero – cioè ad una pace duratura. Potrebbe rivelarsi allora più efficace cambiare strategia per riportare stabilità, abbandonando l’approccio top-down che ha finora caratterizzato l’operato dell’Onu e delle organizzazioni internazionali e favorendo un’intesa che parte dal basso, come dimostrato dal successo del Somaliland.

Guardando ancora al caso somalo, si può considerare un’altra pace fallita comunque una vittoria? I dati dicono che la natura del conflitto sta cambiando, ma potrebbero piuttosto essere gli strumenti di analisi e intervento delle organizzazioni internazionali ad essere entrati in crisi.

domenica 4 novembre 2012

Nulla di nuovo sul fronte del Matabeleland



Autore: Marco Zoppi
Zimbabwe. E' notizia di qualche giorno fa che la polizia di Plumtree ha arrestato Norman Mpofu, accusato di non meglio specificate minacce rivolte ai sostenitori e capi tradizionali legati al partito del Presidentissimo Robert Mugabe.
Le minacce, indirizzate in occasione di un funerale, non sono tuttavia partite da un personaggio qualunque: Mpofu, infatti, è un ex membro del partito Movement for Democratic Change – Tsvangirai (MDC-T), principale partito d'opposizione allo ZANU-PF di Mugabe, ed è stato inoltre segretario provinciale in Matabeleland: agli occhi di Mugabe, due colpe gravissime.
Per questo, non pochi sono i dubbi riguardo alla legittimità dell'arresto, ed anzi i sospetti che si tratti di un'intimidazione o di una ritorsione sono molto forti. All'appello, infatti, manca un ulteriore dettaglio: circa un mese fa, Mpofu aveva portato Mugabe di fronte alla Commissione Elettorale affinché si potessero tenere elezioni straordinarie in alcune circoscrizioni i cui seggi erano rimasti vacanti: la Commissione aveva in seguito dato ragione al coraggioso segretario e dunque invitato il governo restio a procedere, ma infine fu Mugabe a spuntarla sostenendo che non vi erano i fondi sufficienti per tenere le elezioni. 
Questa storia è una meta-storia che si inserisce all'interno della vicenda che lega Robert Mugabe alla regione meridionale del Matabeleland. Dove non a caso, sulla scia del referendum di gennaio 2011 in Sudan, il Matabeleland Liberation Front (MLF) aveva dato vita in via provocatoria ad un governo autonomo. E dove, sempre non a caso, l'intelligence dello ZANU-PF è molto attiva.
La storia è lunga come quella dello Zimbabwe e oltre:
Il Matabeleland (indipendente fino al 1894) è, da sempre, una regione travagliata: situata nella parte occidentale e meridionale dello stato, è abitata da quasi due milioni di abitanti (un sesto del totale) di prevalente etnia Ndebele, considerata una minoranza dal governo centrale. Mentre la rivolta anti-inglese del 1896, che qui ha avuto luogo, è celebrata in tutto il paese, ed enfatizzata da Mugabe, come prima Chimurenga [1] (guerra di liberazione, una parola chiave nella storia dello Zimbabwe), la regione ha perso tutta la sua simpatia presso il leader in seguito all'indipendenza nazionale raggiunta nel 1980, in quanto teatro dello scontro armato tra lo ZANU (partito di Mugabe) e lo ZAPU (secondo partito [2] del Paese, guidato da Nkomo). La miccia degli scontri è rappresentata da un comizio di Enos Nkala, uno dei leader ZANU  nello Matabeleland, in cui minacciò una repressione sullo ZAPU, particolarmente forte nella regione. Ciò che seguì fu violenza da ambo le parti, affidate ai bracci armati dei due partiti. Mugabe diede il via all'operazione Gukurahundi servendosi della terribile V brigata, che si distinse per l'incendio di capanne con i suoi residenti ancora all'interno e l'uccisione di innocenti all'interno delle toilette pubbliche, mentre erano ancora seduti sull'asse. I due partiti si sono affrontati fino al 1988, quando si raggiunge un'amnistia che pesa 18000 morti e che vede la nascita dello ZANU-PF, generato dalla fusione dei due partiti fratricidi (ed attuale schieramento di Mugabe, per restare in tema). Da qui, il "tradizionale" odio reciproco tra Mugabe e Matabeleland, che nella pratica significa violenza pre-elettorale da un lato, e nessun seggio per lo ZANU-PF dall'altro, in un ciclo che, con la regolarità della stagione delle piogge, si presenta puntualmente ogni volta che c'è da votare.
Reduce da questi difficili trascorsi, la regione presentava già delle formazioni dai nomi inequivocabili, come il Matabeleland Freedom Party, il Patriotic Union of Matabeleland e il Zapu Federal Party, a cui si è aggiunta la nascita dell'MLF, in una fase molto delicata per il continente africano, tra le agitazioni del Nord arabo, il "precedente" della separazione del Sudan, e il referendum per una nuova costituzione le seguenti elezioni nello stesso Zimbabwe, previste per il 2012, ma che sembrano slittare sempre di più all'anno nuovo.
L'ultimo partito nato, l'MLF, non sembra tuttavia in grado di apportare novità importanti: l'ipotesi più plausibile è che resti schiacciato dai suoi competitori (vedi lista sopra) da un lato, e da Mugabe stesso, dall'altro.

In compenso, la tensione nella regione rimane alta in vista (anche se in Zimbabwe sono sempre in vista) delle elezioni.
Secca infatti è stata anche la chiusura del (MDC-T), principale partito d'opposizione allo ZANU-PF, che ha definito il MLF un partito nato "dalla sera alla mattina con l'obiettivo di confondere gli elettori", congratulandosi con la popolazione per "aver snobbato la presentazione del partito da parte di individui che cercando di abusare delle differenze etniche della popolazione, manovre pericolose per una giovane democrazia come lo Zimbabwe". Inoltre, i partiti si rinfacciano a vicenda di contenere al loro interno membri più o meno riconducibili allo ZANU-PF.

[1]  Generalmente si fa riferimento a tre Chimurenga (guerre di liberazione): la prima è quella a cui si accenna nel post, la seconda si riferisce al periodo di guerriglia tra il 1966 e il 1979 terminato con l'indipendenza, e la terza (che Mugabe ha particolarmente a cuore) è iniziata nel 2000 con la riconquista della terra da parte della popolazione esclusa a causa del lento andamento della riforma agraria.


[2] 
Elezioni del 1980
Partito
Voti validi
%
Seggi
Zanu (PF) Mugabe
1,668,992
63
57
PF - ZAPU (Nkomo)
638,879
24
20
UANC (Muzorewa)
219,307
8
3
ZANU (Sithole)
53,343
2
-
ZDP (Chikerema)
28,181
1
-
NFZ (Mandaza)
18,794
1
-
NDU (Chiota)
15,056
1
-
UNFP (Ndiweni)
5,796
0
-
UP AM
1,181
0
-
Totale
2,649,529
100
80



lunedì 15 ottobre 2012

La Banca Mondiale avverte la Nigeria: senza petrolio tra 40 anni





Pubblicato su Meridiani Relazioni Internazionali il 13 ottobre 2012.
 Autore: Marco Zoppi


La scorsa settimana è stato pubblicato l’Africa’s Pulse, il report semestrale redatto dalla Banca Mondiale che analizza le prospettive di crescita del continente africano: una delle sue sezioni prende in esame la composizione delle entrate statali e la dipendenza di queste economie dalle risorse naturali. Quando si guarda ai tassi di crescita sostenuti di molti paesi in Via di Sviluppo africani, alla loro uscita dalla soglia di povertà e all’ampliamento del ceto medio nazionale, è sempre opportuno chiedersi su cosa si stia fondando questo sviluppo economico.

Leggendo il lavoro svolto dalla BM, ci si accorgerà ben presto che è possibile dividere questi Stati in due categorie: quelli che hanno imparato a differenziare la loro produzione ed export, e altri che invece sono pericolosamente dipendenti da una o poche risorse i cui ricavi derivati costituiscono percentuali altissime delle entrate statali e delle vendite oltre confine. Nella seconda categoria rientrano ad esempio il Gabon, la cui produzione di petrolio compone circa il 65% delle entrate e l’80% dell’export, seguito solo dal commercio di legname grezzo e risorse minerarie, e l’Angola, dove le attività legate al petrolio garantiscono gettito per il 50% del PIL.

Sul fronte della dipendenza dalla produzione di idrocarburiincrociando i dati dell’Africa’s Pulse, il caso più interessante per le implicazioni politiche e sociali, oltre che economiche, che questa dipendenza comporta è sicuramente quello della Nigeria. Qui si concentrano alcune delle variabili più allarmanti per i prossimi decenni.

Si tratta innanzitutto dello Stato più popoloso del continente, nono per estensione territoriale nell’Africa Sub-Sahariana. Per quanti credono nella teoria del ‘piccolo è meglio‘ si tratta di una considerazione di non poco conto, poiché una sua destabilizzazione avrebbe conseguenti ripercussioni di vasta portata in tutta l’Africa Occidentale. Il suo export è praticamente mono settoriale, e si concentra sul famigerato petrolio del Delta e sul gas che insieme hanno assicurato alle casse statali 65 miliardi di dollari, l’80% delle entrate nel 2010.

Si tratta poi di uno Stato federale in forte tensione, prima di tutto per la mancata equa distribuzione dei guadagni tra la popolazione: “i soldi ricavati dal petrolio non passano per i cittadini, e questi non percepiscono il benessere come proprio” sostiene il report semestrale della Banca Mondiale. Tristemente nota è la popolazione degli Ogoni, una delle 350 tribù che si contano in Nigeria, simbolo della comunità che sopravvive a fatica in un ambiente devastato dalle perdite degli oleodotti e dal fenomeno del gas flaring.

Infine, e questo è il dato chiave, il petrolio che ha finora finanziato e tenuto in piedi un sistema corrotto, quello dell’everyday deception (il raggiro quotidiano), abilmente raccontato da Daniel Jordan Smith, potrebbe finire nel giro di pochi decenni. 41 anni di estrazione residui ai livelli di produzione del 2011, secondo la previsione oltremodo precisa della Banca Mondiale incapsulata nel report e in questi giorni ampiamenteriportata da tutti i principali canali di informazione nigeriana.

Ciò costringe la classe politica più responsabile, la popolazione, le organizzazioni internazionali governative e non, e tutti gli stakeholders a quello scomodo esercizio che è immaginare un futuro per la Nigeria senza l’oro nero. Scomodo, si intende, perché le alternative per ora non sono molte e il tempo a disposizione è limitato.

Un fallimento nel sostituire le entrate petrolifere con fonti alternative farebbe saltare i meccanismi, spesso corrotti, che mandano avanti il gigante sub-sahariano.

Economie fortemente dipendenti da una risorsa tendono ad individuare e sviluppare con fatica settori alternativi. Il 92% delle banconote in Guinea Equatoriale sono sporche di petrolio, ma il governo  e il presidente Obiang fanno finta di non saperlo. Probabilmente perchè quest’ultimo è impegnato a gestire un patrimonio personale stimato in 600 milioni di dollari, mentre il resto dell’economia ristagna e il Mouvement d’Autodetermination de l’Ile de Bioko preme per la secessione.

Come si prospetta un futuro senza petrolio per la Nigeria? Di colpo, le aree devastate dalle attività estrattive si rivelerebbero in tutta la loro inutilità, e “inutilizzabilità” a livello economico. Se il turismo non è già più nella agenda da anni, è impensabile anche bonificare in tempi brevi e con spese ridotte almeno una parte della superficie contaminata. Ciò comporterebbe un aumento della povertà e la fine di ogni tipo di attività collaterale connessa all’estrazione, in un paese in cui ad oggi il 20% della popolazione più povera ha accesso al solo 5,1% della ricchezza nazionale. Comunità che non hanno mai visto un soldo ricavato dal petrolio, che si sono accollate la maggior parte dei danni da esso provocati e che nutrono risentimento e un’inquietante disaffezione dal governo centrale.

Oltre a questo problema, di per sé già enorme, c’è quello dell’amministrazione pubblica, oggi abituata a funzionare tramite dinamiche di clientelismo, attingendo dalle casse federali come fossero un pozzo senza fondo. Come si riconfigurerebbe il gettito del paese senza il costante afflusso di soldi provenienti dal petrolio? Chi detterebbe le nuove regole del gioco? E come reagirebbero gli esclusi, per esempio, negli alti ranghi dell’esercito?

La stessa produzione di energia sostenibile diventerebbe problematica: uno Stato che non incentiva produzioni alternative di energia, non promuove l’iniziativa imprenditoriale locale, né tanto meno incoraggia gli investimenti esteri, tradizionalmente avversi al rischio. Nelle zone rurali, dove vive più della metà dei nigeriani, si fa ancora largo uso della legna come combustibile. Il  trend della deforestazione va peggiorando, e l’enorme potenziale delle biomasse viene ignorato.

La Nigeria ha bisogno di una politica energetica nazionale integrata che possa guidare lo sviluppo di risorse alternative nei prossimi anni, migliorare la gestione attuale delle risorse non rinnovabili e provvedere alla costruzione delle infrastrutture necessarie. Novità e risposte potrebbero arrivare dal Forum ECOWAS previsto a fine mese ad Accra, Ghana, il cui tema è proprio quello dell’energia sostenibile e efficienza energetica in Africa Occidentale.

Devastazione ambientale, tensione sociale e politica, stagnazione economica riempiono un ipotetico scenario futuro. Problemi che necessitano di risposte immediate. Fino ad allora, il futuro della Nigeria appare nero, e questa volta non per il petrolio.